La mini-serie  televisiva anglo-americana “Chernobyl”, trasmessa di recente, è stata salutata, in molti Paesi, come una delle più belle produzioni recenti.

In effetti ragionando “a caldo”, dopo una visione di tutti e cinque gli episodi, sono diversi i punti che vale la pena annotare e che, a una seconda (o terza) visione, possono stimolare ancora di più lo spettatore a ulteriori riflessioni.

La cura per i particolari

Il ricreare un’epoca, una società, un ambiente politico (e politicizzato), le campagne, i laboratori, le stanze del potere, l’esercito, le miniere, gli ospedali, una centrale nucleare, un villaggio e tutto il mondo, in generale, che ruotava, e ruota, attorno alla tragedia di Chernobyl, non era affatto un’impresa facile.

Questo è il primo punto di eccellenza che si nota subito: un’attenzione maniacale ai particolari che si sposa perfettamente con i colori vintage scelti dal regista per le sue riprese.

Per “particolari” intendo non solo quelli più evidenti, quali i vestiti e gli arredi delle stanze e degli ambienti ma anche, ad esempio, i dettagli tecnici, come le leve e le valvole delle macchine (ci sono molte scene che faranno felici anche gli appassionati steampunk di valvole, pulsanti, spie, ingranaggi e vapore).

Si tratta di un vero e proprio “salto nel tempo” che ha dato vita ad anni, e luoghi, per molti spettatori sconosciuti.

La politica

Tutta la serie ha a che fare, in ogni episodio, con la politica, perché l’incidente al reattore nucleare di Chernobyl fu ovviamente interpretato e gestito prima come una questione politica e, poi, come una minaccia per i cittadini.

La politica c’è, in “Chernobyl”, a ogni livello, dai piccoli screzi gerarchici nelle stanze della centrale (con manuali pieni di liste da spuntare e di regole da seguire) sino a coinvolgere i vertici dello Stato, i dirigenti del Partito Comunista, il KGB e l’esercito. Perché la politica? Perché le informazioni sulla gravità dell’accaduto non dovevano circolare. Perché la Russia non si poteva dimostrare debole sul tema della corsa al nucleare. Perché non si poteva far sapere al mondo che le tecnologie usate erano obsolete e, soprattutto, insicure. Perché andava tenuto nascosto il taglio dei fondi in corso, il fatto di usare componentistica economica o poco sicura. Quando arriva il robot “Joker”, regalo della Germania dell’Ovest, per cercare di rimuovere i detriti di grafite, i russi sono ammirati dalla “tecnologia tedesca”.

La politica però nella serie TV sta chiaramente manifestando il suo declino, prossimo di lì a qualche anno. È una politica fatta di istruzioni, di regole, di considerazioni incontestabili che, però, non convincono neppure coloro che le espongono.

La procedura, le istruzioni, il bene del Partito, le versioni “ufficiali” pian piano crollano di fronte a una tragedia che non era mai capitata con quelle proporzioni e che gradualmente inizia a sgretolare ogni certezza.

Nostalgia

C’è molta nostalgia, nella serie.

Il picco è quando viene fatto arrivare un robottino “gemello” di quello usato per le missioni spaziali, per cercare di attenuare i danni. Un ricordo delle guerre stellari e della vera potenza in un contesto dove, invece, già si vede all’orizzonte il declino di uno Stato e di un sistema di governo.

Coraggio

La serie è piena di eroi e di comportamenti eroici, che spesso finiscono tragicamente, sovente basati semplicemente su un ordine gerarchico.

Eroi gli addetti alla centrale che esplorano gli ambienti subito dopo l’incidente, eroi i vigili del fuoco, eroi i minatori, eroi i soldati mandati a uccidere gli animali rimasti in vita nei dintorni, ma eroi anche tante vittime costrette a lasciare da un momento all’altro i luoghi dove erano nati e dove vivevano, le loro cose e i loro animali. Eroi i medici, eroi gli scienziati, eroine le infermiere.

Questi eroi sono spesso contrapposti, invece, a chi mente o a chi non ha pietà e manda a morire gli altri.

Chi mente lo fa o per interesse o, soprattutto, per rispettare gli ordini dei vertici. Solo il fatto che un ordine venga da un superiore gerarchico, anche se l’ordine è completamente sbagliato e illogico, deve essere rispettato. E gli ordini sbagliati portano alla morte, anzi, al sacrificio, decine di persone.

Disinformazione

La disinformazione permea tutti gli episodi della serie tv.

È un termine molto di moda: in questo contesto comprende tutte le informazioni false, o quelle tenute nascoste, che sono state “processate” per non far comprendere realmente, soprattutto all’Occidente, ciò che era realmente accaduto.

La Russia non poteva avere un incidente nucleare, tantomeno di quella portata, e allora tutti i meccanismi di informazione, valutazione, perizie, sono diventati convergenti per raggiungere quell’obiettivo, alterando la realtà e, in molti casi, facendo accumulare ritardo nella gestione dell’incidente nucleare. Ritardo che avrebbe significato ulteriori morti.

Il momento più chiaro di questa strategia di disinformazione è il dibattito sul “difetto” del reattore che è esploso (un difetto presente in tante altre centrali nucleari in Russia). Tale problema era stato addirittura previsto, e descritto, in un articolo scientifico ma non si poteva dire e, anzi, le pagine più critiche erano state strappate. Non si poteva parlare di difetto nel sistema nucleare sovietico. Proprio come, in altri casi, non si poteva parlare dell’esistenza di un serial killer o di altri “difetti” della società e cultura Occidentale che non potevano entrare in quel mondo.

Unicità di un evento simile nella storia dell'umanità

Gli sceneggiatori e il regista sono riusciti a rendere magistralmente l’idea dell’unicità di un fatto simile nella storia dell’umanità, un incidente che mai era avvenuto prima, mai di quella portata, e che ha costretto molti dei soggetti intervenuti a “improvvisare”.

Il senso di grandezza viene regalato allo spettatore non solo quando si iniziano a snocciolare numeri (le tonnellate di sabbia necessarie per cercare di neutralizzare il nucleo, l’estensione dell’area da isolare e liberare, il numero di soldati richiamati in zona, le persone da evacuare, etc.) ma anche confrontando gli oggetti con l’imponenza degli ambienti. Il piccolo elicottero sembra quasi di cartone quando viene abbattuto dai fumi e dalle radiazioni.

Un flash temporale molto breve

La scelta del regista è stata quella di concentrare tutto l’accadimento in una manciata di anni: i mesi di gestione degli incidenti, i mesi (pian piano) della verità e il processo ai responsabili (o pseudo responsabili).

Forse è stata una scelta commerciale per preparare la seconda stagione (visto anche il successo mondiale clamoroso di questi primi cinque episodi), ma lascia lo spettatore poco informato sul dopo-Chernobyl, sulle conseguenze negli anni, e nei decenni, sulle incidenze tumorali ma anche sulle polveri, i fumi e le piogge radioattive che si sono spostate dall’Ucraina e sono arrivate anche ad altri Paesi del Continente europeo. Ci sono degli accenni, però, molto interessanti (gli animali che muoiono, il bambino di una protagonista) che fanno capire come il problema grande sia stato non solo nell’evento in sé, ma nelle terribili conseguenze che avrebbe portato.

Sono tanti i libri che sono stati scritti su Chernobyl. Quelli basati sui diari dei sopravvissuti o degli abitanti di quei villaggi sono quelli più suggestivi ma anche quelli più duri per il lettore: non solo per la descrizione degli abbandoni di luoghi e di affetti, ma per il dettaglio dei postumi di quella esposizione di massa alle radiazioni che non ha risparmiato, dicono, quasi 100.00 persone (sempre che sia possibile fare una stima in tal senso).

La serie dura poco, sono cinque ore, e sono cinque ore che volano, perché il ritmo è sostenuto, il doppiaggio perfetto, la fotografia incalzante.

In un pomeriggio, o in una sera, si può così prendere conoscenza di un fatto che ancora oggi manifesta le sue conseguenze.

Un ulteriore pugno allo stomaco può essere un libro di Svjatlana Aleksievič, Nobel per la letteratura nel 2015, che nel suo “Preghiera per Chernobyl” (che, dicono, sia stato anche fonte di grande ispirazione per gli sceneggiatori di questa serie tv) raccoglie centinaia di testimonianze di persone che c’erano.

Sono libri forti, cupi (“Ragazzi di zinco”, sui reduci della guerra in Afghanistan, è altrettanto diretto), che non filtrano i particolari, anche quelli più macabri, e che interpretano le grandi tragedie della storia russa attraverso gli occhi e le parole della gente.

Ecco, questo ho trovato nei cinque episodi, forse il vero filo conduttore. Viene data voce a profili assolutamente diversi tra loro ma tutti presenti, in quel momento, alla più grande tragedia nucleare mai avvenuta. Sono diversissimi tra loro. Il contadino e lo scienziato, il minatore e il generale, il soldato e il bambino, il politico e l’infermiera. Ma tutti sono lì quando la tragedia è avvenuta, e tutti vivono la loro grande guerra in quel momento, filtrandola con la loro cultura, la loro sensibilità, le loro piccole e grandi manie. Il giovane soldato che non riesce a sparare ai cuccioli di cane, ma poi in un’altra scena si deve uccidere la mucca per convincere un’anziana ad allontanarsi, o i minatori che si mettono a lavorare nudi per il caldo, un po’ per esigenze atmosferiche ma un po’ anche per sbeffeggiare il potere. Ognuno mantiene la sua natura, la sua dignità, la sua cultura, la sua posizione sociale, ma saranno per sempre legati dal fatto di essere stati lì, proprio in quel momento. Una tragedia a più voci e a più “visioni”, ma tutte integrate alla perfezione in cinque ore di girato che non hanno mai un momento di crisi o di perdita di lucidità.