La serie televisiva ‘Mindhunter’, giunta alla sua seconda stagione su Netflix – ma sembra che il produttore David Fincher ne abbia ‘promesse’ almeno altre tre – è un’opera che ha tanti pregi, e che esibisce un livello qualitativo davvero interessante.

Vale, quindi, la pena investire una ventina di ore del nostro tempo per guardare con attenzione tutti gli episodi e riflettere sul tema principale, e su alcuni aspetti collaterali, della trama.

Il tema principale è, per così dire, ‘storico’: la serie vuole, infatti, celebrare la nascita, all’interno del FBI a Quantico, di un team/squadra/unità dedicata alle scienze comportamentali, soprattutto con riferimento a fatti di sangue e al fenomeno dei ‘serial killer’. Un approccio che, all’epoca, non aveva una specifica connotazione né scientifica, né pratica (ossia correlata alle attività investigative sul campo).

La serie mostra questo passaggio ‘epocale’ come ricco di contraddizioni e problemi, sia burocratici, sia interpretativi: vi era una diffidenza diffusa da parte degli investigatori tradizionali, un pudore (e timore) nell’andare a investigare, negli anni Sessanta e Settanta, sui temi della sessualità, della masturbazione, dell’impulso sessuale omicida, delle patologie mentali ma anche del narcisismo e della capacità di manipolazione che avevano i primi serial killer, nonché un problema pratico nell’individuare, in tutti gli Stati Uniti d’America, casi che potessero essere ‘pilota’ per trarre considerazioni non solo accademico/scientifiche ma anche utilizzabili in giudizio e con una capacità di ‘resistenza’ – come fonti di prova – che fosse quasi inattaccabile.

Questa prima fase si sdoppia, nella serie, in due momenti che troviamo in tutti gli episodi: le interviste con i serial killer e l’ascolto successivo della registrazione per trarre elementi utili per elaborare un profilo.

Il primo aspetto, quello delle interviste, vede i protagonisti viaggiare in lungo e in largo per gli Stati Uniti d’America per parlare con gli autori degli omicidi più efferati, soprattutto con killer seriali.

Non sempre il dialogo con loro è facile, né utile, ma pian piano gli agenti si costituiscono un carnet di casi, dei più vari, che costituisce un primo patrimonio informativo su cui riflettere.

Le interviste vanno a indagare l’infanzia, i rapporti difficili con i genitori e con animali, la sessualità, il narcisismo, il rapporto con i media, le sfide che un serial killer avvia con investigatori e stampa, eventuali malattie mentali, il rapporto con Dio e la religione, il feticismo e l’attrazione sessuale per oggetti (scarpe, bambole, vestiti femminili) o contesti specifici, la pedofilia e tanti altri elementi che costituiscono pian piano dei mattoncini interpretativi da unire in qualcosa di più utile dal punto di vista delle indagini.

La parte delle interviste è molto suggestiva. Descrive, in tre momenti, ciascuna specifica vicenda:  il  mondo del carcere, quello della mente del serial killer e anche i fatti di sangue avvenuti, che vengono sempre narrati attraverso fotografie o ricordi, spesso filtrati dalla visione del serial killer stesso.

Il secondo aspetto, quello del lavoro di analisi delle registrazioni e di elaborazione di un protocollo che possa essere spendibile nell’ambito investigativo e giudiziario è altrettanto interessante: man mano che la serie procede, si accumulano i profili dei serial killer analizzati e si cerca di trarre qualche regola.

In questo caso, si nota subito la diffidenza del mondo investigativo tradizionale nella individuazione di un profilo di una persona che non sia basato su prove ma, a volte, sul semplice ‘intuito’ dei protagonisti.

Nelle riunioni con le forze di polizia locali, soprattutto di provincia, gli agenti dell’unità sono visti come dei maghi, degli oracoli, che fanno previsioni un po’ a caso. Solo quando inizieranno a risolvere casi, aumenterà l’autorevolezza del loro approccio, arriveranno i primi finanziamenti e il lavoro iniziato in uno scantinato diventerà un’attività centrale del Bureau.

Ci sono, poi, degli elementi collaterali che rendono la serie ancora più avvincente (soprattutto per chi trovasse un po’ lenta la parte delle interviste/incontri con i serial killer e delle analisi scientifiche).

I problemi personali e di salute dei tre protagonisti, innanzitutto, che condizionano non poco la trama e la loro lucidità. Vi è, poi, la descrizione di un periodo storico, quello tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, che mostra il conflitto tra controcultura, modernità, bigottismo e, ancora, sacche di razzismo e pregiudizi. Infine, c’è la politica: scelte che sono dettate unicamente per mantenere la pace sociale, screzi personali, strategie di governo che condizionano lo sviluppo del progetto.

L’inizio della serie è un po’ lento e può disorientare o, di più, annoiare. Ma conviene tenere duro almeno fino al quarto episodio della prima stagione e poi il tutto decolla, i tasselli si coordinano e l’opera appare in tutta la sua vivacità intellettuale.