Un argomento insidioso da trattare

Negli ultimi anni “l’argomento Snowden”, e tutto ciò che ruota attorno a questa incredibile vicenda, è stato affrontato dai produttori di Hollywood con molti dubbi e timori.

Il primo punto, più rilevante, è evidente: un documentario del 2014 molto raffinato, “Citizenfour”, aveva già vinto l’Oscar come miglior documentario nel 2015 ed era stato girato proprio da quella Laura Poitras che era volata a Hong Kong a incontrare Snowden, fresco di fuga dal suo Paese, nelle stanze dell’hotel “The Mira”.

Il documentario era riuscito perfettamente nell’impresa di descrivere la tensione degli accadimenti, la fuga rocambolesca, la procedura innovativa di rivelazione alla stampa mondiale del contenuto dei documenti trafugati alla NSA e ad altre agenzie da parte dei giornalisti coinvolti e la solitudine (e paranoia) di Snowden, diventando inevitabilmente un punto di riferimento – e una pietra di paragone – per tutti.

Oltre al documentario erano stati pubblicati diversi libri di gran pregio che avevano affrontato gli aspetti legali e politici della vicenda con molta attenzione.

Infine, non si poteva certo dire che Snowden fosse un personaggio amato da gran parte dell’opinione pubblica statunitense: accusato di tradimento e spionaggio, attaccato da tutti i vertici del sistema politico, minacciato di morte da alcuni politici che avevano domandato senza giri di parole la sua esecuzione e, ultimo ma non ultimo, finito apparentemente sotto la “protezione” proprio di Putin.

Da un punto di vista strettamente cinematografico, Snowden appariva un personaggio deboluccio per un film: un po’ nerd, introverso, non aveva la forte caratterizzazione tipica di personaggi che hanno marcato i cambiamenti della storia. Era, poi, ancora vivo, cosa non di poco conto e che creava problemi a quei registi che avrebbero voluto “cristallizzare” momenti topici dell’era contemporanea attraverso i suoi protagonisti. La sua situazione “transitoria”, con il dubbio di dove sarebbe andato dopo il soggiorno russo, rendeva il quadro incerto, “liquido” e scivoloso (soprattutto se qualcosa di clamoroso fosse successo proprio durante l’uscita del film nelle sale).

Nonostante tutte queste controindicazioni, Oliver Stone ha cercato di dar vita a un film che si proponesse, innanzitutto, di essere originale rispetto a quanto già girato da altri e che gli consentisse di trattare le vicende di questo personaggio redendolo interessante.

Snowden, evidentemente, è lontano anni luce dai tipici personaggi di Stone, di solito forti, virili, istrionici, veri e propri “maschi alfa”. Non sarebbe neppure stato facile convincere il pubblico “generalista” e poco informato sugli aspetti tecnici che anche con il Datagate, in fondo, si è davanti a una svolta storica proprio come lo sono state la guerra del Vietnam (e l’obiezione alla stessa), l’ascesa della violenza nella società americana, il mondo di Wall Street e altre vicende trattate in passato dal grande regista.

Il compito non era banale. Stone doveva cercare una “chiave” per descrivere i fatti che fosse diversa da tutte quelle usate da altri in precedenza, e ha deciso di spingere molto sull’introspezione psicologica analizzando sia il patriottismo di Snowden e della sua tradizione familiare (un animo patriottico che improvvisamente si trasfigura nell'autore di un’incredibile azione di spionaggio e di tradimento nei confronti del suo amato Paese) sia il suo complesso rapporto con la fidanzata e il ruolo della ragazza nel prepararlo e convincerlo ad agire in quel modo.

Il film

Il film si apre e si chiude così: con una grande domanda che Stone si fa, e fa al pubblico: cosa può spingere un ragazzo cresciuto tra genitori e nonni patriottici e militari, pronto a entrare nelle Forze Speciali per andare a combattere con convinzione in Iraq (dovrà però rinunciare a causa di un brutto infortunio in addestramento) e assunto dalle migliori società d’intelligence, a cambiare improvvisamente idea e a voler svelare al mondo il più avanzato e segreto sistema di intercettazione delle comunicazioni esistente?

Un ulteriore messaggio che il regista vuole lanciare agli spettatori più attenti riguarda il lato segreto delle attività d’intelligence, di spionaggio e di intercettazioni. Si pensi a un John Le Carré dell’era digitale, a una esposizione sul grande schermo, comprensibile a tutti, di strategie, tecniche, tecnologie e azioni che nessuno conosce né può sapere.

Stone e il suo team hanno ricavato queste nozioni non solo attraverso dialoghi con Snowden stesso e l’analisi di documenti riservati, ma anche contattando fonti della NSA ed ex membri dell’intelligence. E magistrale è stata la capacità del regista di rendere chiaro questo mondo oscuro e labirintico, quasi kafkiano, che vede circolare (e intercettare) i dati del mondo. Efficacissimi, in particolare, i passaggi nei quali Stone fa capire a chi guarda che è possibile intercettare e ascoltare tutti i dati che circolano. Tutti. Con una facilità estrema.

Il film è, in diversi passaggi, molto cauto: non di denuncia ma di descrizione, non una polemica “urlata” ma il pacato racconto di una storia inquietante, senza scene d’azione ma con un costante cambio di punti di vista e riflessioni a voce alta.

L’uscita del film nelle sale (negli USA, in Russia e in Italia nel 2016) è avvenuta in un momento storico importante: non solo la campagna presidenziale e l’elezione di Trump, ma anche la richiesta a Obama da parte di Amnesty International di concedere, come sua ultima azione (e facoltà) prima di lasciare la Presidenza, la grazia a Snowden.

Si ricordi, particolare non trascurabile, che Amnesty International ha scelto di patrocinare il film in quanto era uno dei tanti soggetti intercettati e sorvegliati proprio da quel sistema della NSA denunciato nel film.

Non sono tempi per Snowden

La realtà storica di questi ultimi anni sembra aver dimostrato, invece, che non stiamo vivendo in “tempi per Snowden” e che, nonostante la denuncia documentata, le attività di raccolta indiscriminata di dati non stiano solo continuando, ma siano pure aumentate.

Il compito più affascinante rimane quello di comprendere se Snowden con le sue azioni sia riuscito, a livello mondiale, a sollevare un dibattito serio e nuovo sull’importanza della privacy e sulla pericolosità dei sistemi segreti di sorveglianza governativa. E se sarà in grado di motivare ulteriormente attivisti, studiosi e hacker nella ricerca di nuove forme di difesa da una società del controllo indiscriminato sempre più potente.

Stone, a onor del vero, non ha voluto connotare Snowden come un “nuovo eroe dei diritti civili” (tema che, comunque, è sempre stato caro al regista): ha preferito analizzare il suo lato più intimo e gli aspetti più particolari del suo carattere.

Di certo, però, è riuscito nell’intento di descrivere egregiamente l’oscurità, il fumo, l’alea, la discrezionalità, la burocrazia, la pericolosità, gli effetti discriminatori e la potenza di un sistema di controllo che quei diritti è perfettamente in grado di violare, in segreto, ogni giorno.

“Citizenfour” e “Snowden” hanno molti elementi in comune (e ciò è, in parte, inevitabile, dal momento che trattano degli stessi, identici fatti e personaggi) ma si possono ritenere, per certi versi, complementari: il primo è stato, appunto, “il primo”, e ha un approccio documentaristico molto rigoroso che riesce a ricreare la tensione della fuga dell’hacker attraverso il mondo.

Il secondo è più meditato e perfezionato, con alcuni tocchi di originalità tipici di Stone che sono sicuramente apprezzabili.

In definitiva queste due opere sono, al momento, le più interessanti rappresentazioni di questo scandalo mondiale di cui si parla ancora troppo poco.