Il cellulare squilla alle due di notte, e la colonna sonora di Star Wars riecheggia per tutta la mia camera da letto.

Stuxnet, steso sulla pedana, si risveglia con calma. Prima un occhio, e poi l’altro. Come tutti i bulldog. Mi osserva incuriosito, senza abbaiare. Ormai è abituato alle chiamate notturne. Il numero del chiamante è in chiaro, ma mi è sconosciuto. Non è nella mia rubrica. Rispondo ugualmente.

«Sì? Pronto?»

Dall’altra parte, il silenzio. Anzi, no, sento ansimare. Qualcuno sta bisbigliando il mio nome.

«Ivan? Sei tu?»

La voce sembra provenire dall’oltretomba. Forse èGollum.

«Sì, sono Ivan. Chi parla?»

«Ivan, sono io. Alberto Contini. Il tuo compagno di liceo.»

Non ci posso credere. Dopo più di dieci anni, risento la voce del mio compagno di banco al liceo classico. Ora professore di latino e greco in una scuola superiore nel modenese.

«Alberto. Ma come stai! Che è successo?»

«Sei solo, Ivan? Posso parlare? Ho trovato il tuo numero sulla tua pagina in Internet. È una cosa importante…»

«Certo Alberto, sono solo col mio cane, ma lui non capisce. Parla pure.»

Sento che è sulla difensiva, e non ha afferrato la battuta. Inizia a raccontare.

«Una cosa gravissima, Ivan. Gravissima! Ho trovato del materiale… ehm… di nudo e di casinò e di gioco d’azzardo sul mio iPad. Scusa se parlo piano, ma non voglio svegliare mia moglie.»

Sta sussurrando. E non sento quasi niente. Rimango ad ascoltare, e cerco di interpretare le sue parole.

«Sono stato via un giorno, per un corso di formazione, e al ritorno, stasera, ho trovato, sul mio iPad che avevo dimenticato a casa, il browser bloccato su un sito… ehm… di nudo. Non riesco a chiudere la finestra, Ivan. E poi subito dopo se ne è aperta un’altra con le luci di Las Vegas e una slot machine. Ora è infestato! E domani l’iPad mi serve per fare lezione ai miei studenti del liceo.»

Intanto mi sono svegliato completamente, e anche Stuxnet, data la situazione, ha la bella idea di presentarsi con il guinzaglio in bocca. Se siamo svegli, starà pensando, tanto vale fare un bel giretto, no? Alle tre di notte. Per l’Isola. Ad agosto. Come sempre, ha ragione lui, e mentre Alberto continua a raccontarmi cosa è successo, scendo in strada col cane e mi trovo in un piacevole fresco. Il parchetto ai lati del Bosco Verticale è deserto. Piazza Gae Aulenti è illuminata a giorno.

«Alberto, intanto calmati. È solo porno e scommesse, e smettila di usare “di nudo”. Se sono filmati pornografici, è normale che gli attori siano nudi. E se sono siti d’azzardo, è normale che ci siano le slot machine. Non è successo niente. Ora ti domando alcune cose semplici, e mi rispondi. E cerchiamo di capire.»

Mi rendo conto che d’informatica il mio amico non capisce nulla. Ha sempre usato il suo iPad in maniera meccanica; ora che qualcosa non va come dovrebbe andare, è nel panico. È questo il problema delle tecnologie odierne: ci abituano a non pensare, e ci indirizzano verso binari che scelgono loro. Crediamo di dominarle, ma sono loro che ci dominano.

«Ma come è solo porno e gioco d’azzardo e truffe! Ma lo sai come la penso! Conosci la mia formazione. La mia posizione in parrocchia! Le mie responsabilità! Io non sono stato. Te lo giuro! Te lo giuro!»

In effetti mi ero dimenticato che sul punto è un po’ intransigente. Cerco di calmarlo, anche se analizzare il suo iPad a distanza per capire cosa è successo non è semplice. Un po’ come quelli che si vogliono far fare la diagnosi dal medico al telefono.

«Alberto, ascoltami. Nessuno ti sta dando colpe. Lo so che non giochi d’azzardo. Dimmi cosa vedi sullo schermo, ora, e cerchiamo di risolvere.»

«Vedo… ehm… dei seni e delle carte da gioco che saltellano e un tizio coi baffi, sembra turco, che mi dice di entrare in un casinò virtuale…»

Non sentivo “seni” dalle lezioni di geometria alle medie, e non capisco come abbia potuto individuare la nazionalità turca del tizio sul suo schermo, ma sorvolo.

«Non intendevo quello, Alberto. Vedi una finestra? Più finestre? Un banner? Dei box con dei messaggi? Qualche scritta strana?»

«Vedo una finestra con… dei seni… e non riesco a chiudere la finestra. Come clicco la x, mi manda su un altro sito dove ci sono anche… insomma, hai capito… dei membri... e dei glutei…e tutti questi gettoni d’oro…»

Sembra che abbia paura di essere intercettato dalla Stasi, ed evita di essere esplicito. Ho capito che sul suo iPad ci sono seni, membri, glutei e gettoni d’oro. Che si rincorrono in ordine sparso. Ma è l’unica cosa che non m’interessa.

«Ok, allora, inizia a fare così. Premi due volte il tasto home, il tasto centrale dell’iPad, guarda tutte le applicazioni aperte e inizia a chiuderle, soprattutto il browser Safari».

Dopo dieci tentativi, ci riusciamo.

«Ora vai, per favore, in “impostazioni”.»

Capisco che si è preso un bel virus per iPad navigando su alcuni siti o cliccando un link da una e-mail, e ora la pagina iniziale di Safari è impostata in modo che, a ogni avvio, si blocchi su un sito web truffaldino e non permetta altre azioni. Gli faccio cancellare la cronologia e i cookies e modificare l’impostazione della pagina iniziale in Safari, e il problema è risolto.

«Ora riavvia l’iPad, e dopo andiamo a guardare un poco in giro cosa è successo.»

Gli domando di leggermi alcuni dati sul suo tablet, e lo guido nell’App Store dove gli faccio scaricare, e avviare, un semplice programma gratuito di analisi dei file di log, delle ultime attività del tablet e dello stato del sistema. M’interessano, in particolare, la cronologia di navigazione, le chiavi di ricerca utilizzate su Google e gli ultimi siti web visitati quel giorno.

«Ok, Alberto, comincia a dirmi le chiavi di ricerca che vedi inserite in Google.»

«Le ultime quattro sono… ehm…»

«Eddai, non ho tutta la notte. Non essere timido.»

Sento che abbassa la voce ulteriormente.

«“Tettine” e… ehm… “cose di sesso” e… “fare soldi online” e “Las Vegas”.»

Cerco di rimanere serio. “Tettine” è abbastanza comune come ricerca, anche se Google restituisce altro che delle tettine. “Cose di sesso”, invece, è una chiave di ricerca più raffinata. Fare soldi online e visitare Las Vegas è, poi, il sogno di tutti. Cerco di mascherare il divertimento.

«Quanti anni ha tuo figlio più piccolo?»

«Otto.»

«Ecco, penso che ci abbia giocato lui, oggi, con il tuo iPad. Anche mio nipote usa le stesse, identiche chiavi di ricerca. Sono molto comuni tra i bambini sotto i dieci anni. Ha guardato un po’ in giro partendo da Google ed è finito su siti web dove ha preso un virus molto blando che, però, non faceva più uscire dalla pagina iniziale. Un virus più fastidioso che dannoso, insomma.»

«E ora che faccio?»

«Niente, l’iPad è pulito. Domani però valuta se riportarlo allo stato di fabbrica, per essere ancora più sicuro. Trovi la funzione sempre in “impostazioni”. La voce è “ripristina allo stato di fabbrica”. Se vuoi, possiamo anche installare un programmino che tenga traccia di tutti gli accessi e le attività sul tuo iPad. Un keylogger, insomma.

«Un cosa?»

«Un software che tiene in memoria tutto ciò che succede sul tuo iPad. Tiene traccia anche delle tue attività, eh, ma magari ti può interessare di più vedere come usano le tecnologie i tuoi figli».

Lo sento interessato. Stuxnet non ha ancora deciso quale aiuola battezzare, quindi possiamo dialogare ancora un poco.

«Alberto, devi sapere che ogni cosa che facciamo su un dispositivo lascia delle tracce. Quanto tempo ci stiamo, che siti web visitiamo, le sessioni in chat, i file che riceviamo e inviamo. L’ambiente informatico è, oggi, più controllato di una base militare. Non siamo mai stati così tracciabili.»

«Figli miei a parte, Ivan, come facciamo a proteggerci da questo controllo?»

«Non possiamo. L’unica cosa che ci rimane da fare, oggi, è cancellare regolarmente le nostre tracce e diffondere meno dati personali possibile. Ci sono dei programmi, che si chiamano “cleaner”, che cancellano file inutili, vecchi, e anche le tracce di navigazione, la cache, i file spediti e inviati o quelli duplicati inutilmente che poi rimangono sul dispositivo. Ti consiglierei di usarli, proprio come faccio io.»

Sento che sta prendendo appunti, è uno preciso, lo è sempre stato. Allora continuo.

«WhatsApp, ad esempio, è probabilmente il programma che lascia più tracce in assoluto. Tu lo usi, WhatsApp

«No, ma lo usa mia moglie e mi ha detto che adesso le chat sono cifrate. È sicuro!»

«Sono cifrate le comunicazioni, Alberto. Se ti dovessero intercettare. A parte che già per come parli, se ti dovessero intercettare non capirebbero comunque. Sono le tracce che lasci sul tuo telefono, cui mi riferisco.»

«Interessante, Ivan. Allora ti chiamo domattina dopo la lezione e magari mi spieghi come ripristinare l’iPad allo stato di fabbrica. Magari è l’occasione per rivederci, e mi fai anche una bella lezione!»

«Certo Alberto, con molto piacere. Ora memorizzo il tuo numero. E cambia quel telefono, prenditi uno smartphone e installa WhatsApp anche tu. Hai un telefono che è ancora in lire! Buonanotte, a domani.»

Mentre ripenso alla telefonata di Alberto, e alle migliaia d’informazioni che ogni giorno lasciamo in tutto quello che facciamo in rete, mi arriva un messaggio di Clelia proprio su WhatsApp. È appena rientrata da una cena, e mi dice che il computer ora funziona perfettamente. Anche se non si trova tanto con Windows 10. Le scrivo che si abituerà presto, senza difficoltà. Ci scambiamo la buonanotte.

Stuxnet, ora, vuole rientrare in casa a dormire. Dopo lunghe indecisioni, ha battezzato l’angolo proprio a fianco del Blue Note.

Anche lui lascia tracce, in fondo. E ben evidenti. Estraggo un sacchetto dalla tasca.  Vediamo di cancellare al più presto pure queste.


Il presente racconto, nella sua versione embrionale e affiancato da un fumetto di Tommaso Milella, è stato pubblicato, per la prima volta, nel 2017 in "Non credevo fosse un virus" di Giuffrè Editore, un opuscolo gratuito distribuito ai professionisti del diritto al fine di responsabilizzarli con riferimento all'uso degli strumenti informatici.