Non tutti sanno che il sistema radiotelevisivo romagnolo non soggiace alle norme comuni vigenti in tutte le altre Regioni d’Italia. E in tutto il mondo.

Grazie a un Regio Decreto del 1902, poi confermato con il referendum costituzionale del 2016, i programmi televisivi romagnoli non sono soggetti ad alcuna regola. Libertà assoluta. Nada. Niente censura. Niente limiti pubblicitari. Niente frequenze. Niente buon costume (se non quello da spiaggia). Niente di niente.

Nel corso degli anni, la programmazione televisiva delle reti regionali romagnole si è però stabilizzata, con una prassi ormai consolidata, ed è ora caratterizzata da quattro fasce che vengono, a rotazione, replicate per tutta la giornata e la notte: i) i notiziari, ii) i programmi di varietà e barzellette romagnole, iii) i programmi di dediche e richieste di video di liscio e iv) i programmi di chiromanti e maghi, lettori di carte e paragnosti vari.
Non ci credete? Venite in Romagna, accendete la televisione a caso e vi troverete in uno di questi quattro mondi.

I notiziari (non è ancora stato adottato il termine “telegiornali”, troppo moderno) in Romagna hanno alcune caratteristiche comuni a tutti i programmi regionali e alcune, invece, peculiari.
Intanto, il conduttore è sempre abbronzato, in qualsiasi periodo dell’anno, e si veste solo a metà (la metà superiore) mentre sotto è chiaramente in bermuda da mare e pianelle.
Sono notiziari che, al novanta per cento, lasciano spazio ad eventi locali, per cui anche il minimo fatto diventa notizia. Un albero caduto in pineta: è notizia. Una pigna che prende in testa un vigile: è notizia. Il cibo avariato in colonia con dissenteria diffusa: è notizia. Un tamponamento tra pedalò: è notizia. Una rissa tra i burattinai a Ridracoli: è notizia. Il Conad che si mette a far pagare le sportine di plastica: è notizia. Una cameriera che si è insaccata un dito del piede rifacendo le stanze dell'hotel: è notiziona.

Il programma di varietà e barzellette è, invece, lo stesso dal primo Novecento. Con anche gli stessi conduttori e ospiti.
Se, però, nel 1902 erano moderatamente arzilli, ora sono completamente andati e lavorano, per così dire, di rendita, in automatismo, basandosi sulla memoria e sul mestiere. A volte anche dormendo.

C’è sempre un tizio che racconta le barzellette, che sono le stesse dal 1902 con, solo, qualche aggiornamento (ad esempio: le battute in lire sono, ora, in euro). Sono quasi sempre barzellette imbarazzanti, che hanno come oggetto il sesso, la donna, le corna, gli amanti, varie dimensioni di parti del corpo, rumori corporali, ogni tanto qualche carabiniere, o prete, e che violano non soltanto qualsiasi criterio di non discriminazione o di pari opportunità ma anche tre Carte Internazionali per la tutela dei diritti umani e dei soggetti deboli e due Trattati di divieto d’uso di armi chimiche.
Le risate sullo sfondo dello studio sono finte, perché nessuno si azzarda più a ridere per simili barzellette.

Le più gettonate dell’estate 2018, recuperate dagli anni Ottanta, sono quella della signora molto anziana che va dal macellaio (“Macellaio, mi scusi, ha del fegato?” “Sì, signora”. “Allora mi baci!”), quella dei due amanti che, presi dalla passione, vanno sul tetto nudi, all’ultimo piano, e nella foga cadono di sotto sul marciapiede ancora avvinghiati (allora passa un ubriaco che li vede, suona al campanello della casa d’appuntamento al terzo piano, e urla al citofono “Oh, guardate che vi è caduta l’insegna…”) o quella dei monaci che, in bicicletta sui colli romagnoli, stanno andando verso un paesello che si chiama “La Madonna”, si perdono, si fermano a domandare e chiedono “andiamo bene per la Madonna?”, e il tizio davanti al bar dice “per Dio, mi sembrate Coppi!).

Ecco, questo è il livello medio. Vino, bar, corna e sesso sono sempre presenti. Le barzellette sono alternate ad annunci pubblicitari surreali (sono ancora letti su fogli di carta, ma visto che il conduttore non ci vede più tanto bene, ogni tanto si scoccia e non arriva alla fine dello spot pubblicitario).
Ad esempio, dice: “E ora il prossimo video è offerto dalla gelateria Volturno di Pinarella e dalla carrozzeria Bombardini di Lugo e… e… sa ghè scrèt qué (cosa c’è scritto qui?”) e… e da quel semo di mio fratello!”, gettando in aria il foglio (e tutti a ridere, non registrati questa volta, perché “quel semo di mio fratello” fa sempre ridere).

Su un palco anche abbastanza elegante, c’è sempre un’orchestrina di liscio che suona in playback ma ci dà dentro come se fosse dal vivo anche se si vede che sono in playback. Il batterista ha di solito delle camicie cangianti in materiale sintetico riflettente che, chiaramente, non hanno sudore sotto le ascelle (un batterista non sudato, è noto, non è un vero batterista) e chi suona il clarinetto o il sax non muove le gote né il petto né la panza.
Ieri hanno fatto uno scherzo in diretta a Gallucci, il clarinettista di 103 anni, e non gli hanno detto che erano in playback, e hanno messo la base della Migliavacca, che sono circa 65.000 note tutte in fila in sedicesimi terzinati tronchi swingati e che è un brano considerato lo spartiacque per chiunque. Se sai suonare la Migliavacca, in altre parole, sei arrivato. E Gallucci la suonava, però la suonava a 16 anni, e andava anche più veloce di quelli con la fisa e con il violino. In un impeto di gioventù è partito, ha preso fiato, ma già alla quindicesima nota era viola ed è collassato sul palco.

Il programma di dediche e richieste vede una conduttrice, o un conduttore, seduti su una scrivania, elegantissimi, e il telefono aperto. Chiamano tutti: chi per una dedica, chi ha sbagliato numero, chi per provarci in diretta con la conduttrice (e viene svergognato live), chi per ordinare una pizza.
I video, rispetto al programma precedente, sono più moderni, e riprendono la tradizione culturale recente della musica romagnola, che ha avuto un’evoluzione sensibile, sia con riferimento ai temi trattati, sia per eleganza e stile.

Il più richiesto è Gianni Drudi, paroliere che, per scelta, si occupa solo di temi complessi e dibattuti e mantiene un approccio aulico, quasi crepuscolare, ai temi sociali.

Le sue hit “Fiki fiki” (che ha anticipato il problema dell’eccesso di glucosio negli adolescenti, causato da una cattiva alimentazione fruttariana), “Prendi la pecora” (traduzione, con un ricercato doppio senso, di un’ode semisconosciuta di Ovidio che aveva recuperato un frammento di Eraclito dal titolo “More Ferarum” e riscoperta da Gianni in un antico monastero camaldolese dove era in meditazione), “Frustami” (canzone autobiografica che cerca di individuare il desiderio primario dei suoi ascoltatori), “Cocco bello, cocco fresco” (unica canzone di Drudi composta durante la crisi di Wall Street e dove si è lasciato necessariamente andare alla pubblicità esplicita e al mondo commerciale), “L’oroscopata” (un testo complesso, che cerca di spiegare il delicato rapporto tra l’arcano, gli astri, le eclissi e la possibilità, per l’essere umano, di stabilire contatti fruttuosi e profondi nel quotidiano, soprattutto in riva al mare), “Ma che cazzo dici” (un testo di rabbia, sull’incomunicabilità che ormai permea la società), “Come è bello lavarsi” (un brano ecologico, alla Neil Young prima maniera, sulla diminuzione delle risorse idriche nella società, che fu commissionato a Drudi per l’inaugurazione dell’acquedotto a forma di fungo di Porto Fuori), “L’uccello” (brano autobiografico, che Drudi scrisse una volta che fece il 31 dicembre un bagno a mezzanotte alla Tagliata e notò una strana reazione del suo corpo), “Melodia” (per un errore tipografico sono state unite le tre parole, e si riferisce a nobili rituali di corteggiamento tipici di alcuni bar della bassa), “Ciulli ciulli” (un richiamo amoroso studiato, per primo, da un antropologo romagnolo sulle dune di Rimini), “Tirami su la banana col bacio” (questo è il primo esperimento di Drudi con le metafore e le circonlocuzioni, con testi oscuri ed enigmatici. Ma sempre votati all’eleganza. Voleva essere criptico, come Mogol nel suo periodo criptico, e il brano è stato studiato anche dagli eredi di Schliemann e dagli studiosi della Stele di Rosetta e dei Protocolli dei Savi di Sion per cercare di comprendere cosa volesse dire il titolo) e “Te l’ho vista” (canzone dedicata al problema delle specializzazioni e della serrata concorrenza in ambito medico, soprattutto ginecologico, e alla crisi del settore) gareggiano con hit rurali quali “Ciàpa la galéina”, cover punk di “Romagna mia” e classici intramontabili tristissimi con titoli quali “Strepitosa”, “Miss mazurka”, “Con quelle gambe”, “Marina”, “Ramona”, “Mi stò innamorando” (con l’accento), “T’aspetto a Cesenatico” (ah, però, crepi l’avarizia, eh…) e i grandi classici di Casadei e di Castellina Pasi.

Alcuni dialoghi telefonici tipici del programma sono:

“Pronto?”
“Pronto, chi parla?”
“Come chi parla… ha chiamato lei! Benvenuto! Vuole fare una dedica?”
“Ah, se proprio devo… vabbè, vorrei dedicare una canzone a mia moglie, che ha compiuto ieri ottant’anni”
“Oh che bello, ancora tanto romanticismo a quell’età. Che canzone vorrebbe dedicare?”
“Appassiuneda!”
“Ah però, birichino, alla vostra età ancora, eh?!
“Sì, sì, pensi che anche adesso…”
“Ehm… caro ascoltatore, ora basta, ci sono dei bambini che guardano”
[Clic!]

“Pronto?”
“C’è Beppe?”
“Come c’è Beppe… no, guardi, qui sono le dediche”
“Oh, ciò, si vede che ho annotato male, è che sono senza occhiali”
“Vabbè, visto che ha chiamato, vuol fare una dedica?”
“Ah sì, ce l’avete il video di quel giovane pugliese… Albano””
“Eh no, signora, qui solo musica romagnola”
“Ah, allora mi può mettere Granada?”
[Clic]

“Pronto”?
“Sono pronte le mie analisi?”
“Prego?”
“Non è la clinica?”
“Eh no… vuol fare una dedica?”
“Ah sì, volentieri, a mia cognata”
“Oh che bello, che gentile, cosa le dedichiamo?”
“Una di Casadei, porca ballerina!”
“Polka ballerina, con la elle”
“Sì quella, grazie. Con la erre.”
[Clic]

Quando si avvicinano le ore del proibito, in Romagna si parte poi con l’occulto, e non con il porno. La Romagna è talmente passionale di suo che le pubblicità di telefoni erotici sono cessate nel 1971. Ora la notte è monopolio di cartomanti, occulto, previsioni, maghi.
Vestiti come l’ultimo dell’anno, distribuiscono carte con maestria e le scoprono in diretta.

“Pronto?”
“Pronto, benvenuto, come ti chiami?”
“Eh… preferirei non dirlo, sono in una situazione delicata”
“Ma certo. Usi pure un nome di fantasia”
“Anonimo”
“Ah che bel nome, benvenuto Anonimo, chi gliel’ha suggerito, questo bel nome misterioso?”
“Mio babbo, Luigi Caruso di Meldola, il figlio del fornaio”
“Ehm… Mi dica, anonimo di Meldola, cosa le guardo? Amore? Soldi? Lavoro? Salute?”
“Non possiamo tutte e quattro?”
“Eh no, a gratis solo una, dopo mi può chiamare in privato”
“Mmm, allora… amore!”
“Bene, vediamo le carte. Ah, è uscito il tucano con la toga”
“Ma che carta è, il tucano con la toga? Non esiste! Neanche nel Mercante in Fiera!”
“Ma come non esiste. Sta mettendo forse in dubbio la mia professionalità?”
“Ma no, è che io un tucano non so neanche come è fatto. Mi scusi, ho fatto le scuole basse. Comunque, è una buona carta?”
“Ehhh… potrebbe essere buona, come no. Lei che numero ha di piede?”
“Ho il 39”
“Aspetti, 29, più la sua età, più il becco del tucano fa 70 .. oddio… 70…”
“Oddio cosa? Non mi spaventi”
“Eh, mi chiami in privato, non sono cose che posso dire in pubblico. Avanti un altro”
[clic]